Questo album ha un numero come titolo, si tratta per caso di un anno di nascita?

Ecco in realtà no. Non è un anno di nascita.

Avrà quindi un significato

Naturalmente sì. Il titolo è il numero civico di un indirizzo che si trova in una delle canzoni, la quarta, Eli’s Song. Dedicata ad Elisa, Eli.

Dicci come mai è più corretto chiamare il tuo disco fiftyseven anziché cinquantasette?

Beh, chiamarlo fiftyseven anziché cinquantasette è per via della mia scelta storica di cantare e scrivere in inglese. Il disco è interamente cantato in questa lingua.

Ci puoi parlare un po’ di te, dove nasci, dove risiedi. Qual è stata la tua formazione musicale?

Sono di Roma, e l’inizio della mia carriera artistica è sul palco del Folkstudio. Lo storico locale romano che ha visto nascere Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Mimmo Locasciulli. Fui accolto da Giancarlo Cesaroni (il boss del Folkstudio) con grande approvazione. Passai rapidamente quindi dal palco pomeridiano dei giovani a quello serale degli artisti più “navigati”. Successivamente, quando mi venne proposto un disco per l’etichetta del Folkstudio, ricevetti però la mia prima doccia fredda. Gli accordi sarebbero stati di “virare” su dei testi in italiano. Cosa che per me, allora diciannovenne, si sarebbe rivelata come uno scoglio insormontabile. Sai avevo appena iniziato a scrivere canzoni e riproporle/riscriverle di sana pianta in italiano, avrebbe richiesto un cambiamento per me allora, troppo radicale. Nel mio primo disco, Songs From my Past del 2004, mi sono tuttavia preso il tempo per incidere una fra le mie poche canzoni interamente in italiano: “Libera di​ ​Vivere​”.

Fiftyseven è un disco che suona in modo particolare rispetto al primo, una scelta di suono voluta rispetto al primo “Songs from my Past”? Si, senz’altro. Songs from my Past è un disco molto vario con tantissime colorazioni differenti, è stato un progetto la cui realizzazione è stato un gran divertimento per tutti i partecipanti e personalmente l’ho vissuto con grande passione. Fiftyseven nasce invece come un disco più intimista, un’esplosione di emozioni, di storie, di amicizie, di amori del lontano e del recentissimo passato, che era per me il momento, quasi con urgenza direi, di portare in campo. E quindi ho voluto farlo con uno stile più mio, personale, con le tipiche sonorità acustiche che mi caratterizzano.

Un pochino più asciutto rispetto a Songs From my Past, giusto?

Si confermo, è proprio così.

Proseguendo con l’ascolto di questo tuo nuovo album, abbiamo trovato interessante “Sea That’s Burning”, vuoi parlarcene? Certamente. Sea That’s Burning è un brano che ho scritto molti anni fa, ma che ho davvero “chiuso” soltanto quest’estate. Proprio anche per il forte desiderio di includerlo in questo disco. Contiene delle considerazioni su un amore in qualche modo scivolato via dalle mani. Una constatazione di come a volte le parole non dette le impariamo troppo tardi e ci si ritrova, soli, come in un mare che brucia. Sea That’s Burning appunto.

Il disco ha una confezione molto bella. Un artwork originale che contiene delle splendide fotografie

Sì, il fotografo romano con cui siamo divenuti poi amici è Ruggero Passeri. Il lavoro grafico è stato invece curato da un professionista e amico storico: Furio Ortenzi, che ha prodotto anche l’artwork di Songs from my Past. Sul sito ci sono i riferimenti ad entrambi loro.

Qual è stata la tua formazione musicale fin dall’inizio, hai cominciato molto presto giusto? Sì, ho iniziato a suonare all’età di undici anni. la scoperta della chitarra è avvenuta attraverso gli amici. Ricordo in particolare, quando ero in vacanza, un ragazzino un po’ più grande di me, oggi giornalista RAI, Stefano Ziantoni. Suonava la chitarra e da lui “carpii” giusto tre accordi che misi prontamente a frutto, una volta tornato a casa. Da autodidatta ho proseguito imparando diversi strumenti che uso alternativamente alla chitarra acustica.

Come mai la scelta dell’inglese?

Il motivo nasce principalmente dalla musica che ascoltavo in casa, con le mie due sorelle e mio fratello più grandi. Bob Dylan, Stevie Wonder, Genesis, Van Der Graaf Generator, Traffic, Jethro Tull e tanti altri. Successivamente l’attraversamento oltre oceano. Fra i tanti, James Taylor, Joni Mitchell, Neil Young, Crosby, Stills & Nash e, successivamente anche ma soprattutto il cantautore canadese Bruce Cockburn. Certo, la lista è davvero troppo lunga, non finirei più. La mia voce si è adattata tantissimo a questa lingua, rispetto all’italiano.

La tecnica chitarristica che adotti, ce ne puoi parlare?

James Taylor e Bruce Cockburn mi hanno dato l’imprinting più forte sulla tecnica che ho poi perfezionato: il fingerpicking. Uso sia le mie unghie naturali ma rinforzate (come fa anche James Taylor) con un gel polimerico applicato da una manicure, sia i fingerpicks (veri artigli di metallo ANDREA LUCIANI – Intervista Radio Kristall che danno un suono molto particolare e gran velocità esecutiva). Col fingerpicking ho seguito tantissimo James Taylor così come Bruce Cockburn. e da loro, ho cominciato pian piano a sviluppare le mie di canzoni.

Proseguendo​ ​con​ ​l’analisi​ ​di​ ​questo​ ​nuovo​ ​album,​ ​abbiamo deciso​ ​di​ ​“atterrare”​ ​su​ ​un’altra​ ​traccia:​ ​Spring…

Già, dentro a fiftyseven, come ho detto, troviamo storie di amori e di amicizie. Spring le contiene entrambe. E’ una canzone di speranza, l’aiuto degli amici di fronte, ancora una volta, ad un amore che finisce in modo doloroso lasciando senza fiato. Fiftyseven in effetti è un album interamente connotato da queste atmosfere, questi colori, per me decisamente autunnali.

Qual è stato il percorso che hai affrontato durante la registrazione di questo disco, dove l’hai realizzato, con chi?

Il disco è stato registrato interamente allo Studio Delta Top a Roma, dove ci sono tutti amici e dove ho registrato anche il primo album Songs From My Past. La collaborazione con Claudio Bartolucci (il boss di Delta Top), musicista e cantante, oltre che bravissimo autore; Marco Valerio Cecilia polistrumentista anche lui bravissimo. Ecco, loro due sono stati gli elementi più presenti e importanti nella realizzazione, senza però tralasciare il mio vecchio amico Giancarlo Susanna, noto critico musicale, che ha operato nella produzione ed ha seguito ogni passo della realizzazione di questo progetto. Poi, oltre ad Andy Bartolucci alla batteria e le percussioni, ci sono stati musicisti come Francesco Puglisi al contrabbasso, Paolo Benigni, polistrumentista anche lui, che ha suonato la cornamusa ed è un componente di spicco della storica band Acustica Medievale. Il talentuoso Stefano Profazi qui alla chitarra acustica, Aurora Barbatelli all’arpa celtica. Diversi amici ancora, Luisa Capuani e Joe Slomp ai cori terminando con mio figlio Carlo che ha suonato un piccolo cameo in una canzone del disco.

Quarto ascolto Andrea, Breakfast Before You Leave…

E’ un brano che suona scanzonato forse, ma malinconico perché appunto parla di un’ultima volta. L’ultima volta con una persona, con cui si fa l’ultima colazione assieme, ma non ci sarà una volta successiva.

Ricordiamo agli ascoltatori i tuoi riferimenti Internet per rimanere aggiornati, per acquistare i tuoi cd

Certamente. Il mio sito è www.andrealuciani.com, dove oltre a tutte le novità e l’acquisto dei dischi, si possono trovare i riferimenti di Facebook, iTunes, Spotify e Deezer. C’è infine un link a YouTube dove però non troverete Andrea Luciani scritto in chiaro bensì un musicista sotto lo pseudonimo di anotherSinger​ che sarei sempre io. E’ un canale dove tuttora mi diverto a studiare e riproporre i brani di James Taylor e di Bruce Cockburn. Si tratta di video in chiave didattica per spiegare nei minimi particolari la loro tecnica, semplicemente suonandoli.